MANUELA BIERI: L’ARTE TRA ESPERIENZA DELLA NATURA E RICERCA ESTETICA
di Barbara Pavan
La natura è il filo conduttore che attraversa l’intera ricerca e pratica artistica di Manuela Bieri, manifestandosi talvolta nelle forme, talaltra insinuandosi nei contenuti. La sua indagine artistica si colloca nel solco di un dibattito antico e tuttora attuale sulla relazione tra l’essere umano, la natura e l’arte.
Nel suo saggio Estetica della natura, Paolo D’Angelo osserva come l’esperienza estetica della natura sia oggi spesso costretta a giustificarsi sul piano etico-ambientale, come se non fosse di per sé legittima o degna di tutela: una sorta di “complesso di inferiorità” dell’estetica nei confronti dell’ecologia, per cui la bellezza naturale non viene più considerata un valore autonomo, ma semplicemente un argomento accessorio - seppur suggestivo - a supporto di istanze ecologiche già fondate su basi scientifiche. Una natura portatrice di valori estetici che appaiono subordinati, dipendenti da altre istanze considerate più sostanziali, come la biodiversità o l’equilibrio degli ecosistemi. Il bello naturale si colloca dunque in una posizione eteronoma, ben distinta da quella del bello artistico, che invece rivendica la propria autonomia e la propria capacità di costituire valore per sé. (1)
Questa riflessione si innesta in una lunga e complessa evoluzione del pensiero occidentale, in cui la natura ha assunto ruoli mutevoli e spesso contraddittori. Per secoli considerata il modello supremo di bellezza, la natura ha ispirato l’arte attraverso l’ideale della sua armonia formale e della sua perfezione originaria. Con l’avvento dell’età moderna, tuttavia, essa è progressivamente slittata verso la categoria del pittoresco, diventando oggetto di uno sguardo sempre più soggettivo, emozionale e romantico.
Se il sublime celebrava l’infinità della natura come qualcosa di metafisico e quasi trascendente, nel tempo si è progressivamente disinnescata la sua carica simbolica, riducendo l’elemento naturale a puro dato, a risorsa quantificabile, a oggetto di studio scientifico. Da fonte di meraviglia e di ispirazione, la natura è divenuta un insieme di fenomeni da analizzare, controllare, e infine sfruttare. La modernità tecnico-scientifica ha infatti contribuito a svuotarne il potere evocativo, convertendo la sua ricchezza sensibile in mera funzionalità.
La ricerca e la pratica artistica si trovano oggi a confrontarsi con la necessità di ripensare il valore estetico della natura non come derivato, ma come fondante. Occorre cioè riconoscere che l’esperienza estetica del paesaggio, del frammento naturale, del vivente, non è un ornamento retorico né un lusso culturale, ma una via di accesso essenziale a un modo più profondo e consapevole di abitare il mondo. Recuperare il senso del “bello naturale” non significa regredire verso un’idealizzazione ingenua, ma ristabilire una relazione etica e poetica con ciò che ci circonda, rifiutando la logica dello sfruttamento e riscoprendo, anche attraverso l’arte, la capacità della natura di costituire esperienza.
Bieri si confronta con questa eredità complessa declinandola in una visione personale che si rivolge alla natura libera da qualsiasi dipendenza concettuale, da ogni funzione o significato altro, attraverso un parametro puramente estetico, uno sguardo consapevole e, al contempo, carico di stupore, di quella capacità di meravigliarsi che appartiene alla prima infanzia e che – individualmente e collettivamente – dimentichiamo nel trascorrere della vita.
Nelle sue opere, l’elemento naturale riconquista la propria cifra estetica fatta di linee, forme, colori, nella loro essenziale complessità, rifuggendo ogni retorica. In un’epoca dominata da un incessante bombardamento di immagini, informazioni e sollecitazioni visive, il lavoro di Bieri si propone come un invito a sospendere lo sguardo distratto e a riscoprire la capacità di vedere, di riappropriarsi della consapevolezza della bellezza quotidiana in cui siamo immersi, una bellezza che spesso sfugge, diluita in un flusso continuo e prepotente di stimoli digitali che saturano la nostra attenzione.
Guardare alla texture segreta eppure palese della natura significa, per l’artista, restituire dignità estetica a ciò che normalmente sfugge alla percezione, come la trama minuta di una corteccia, la vibrazione di un colore nella luce, l’unicità dei contorni di una foglia. Si tratta di un gesto artistico che porta alla luce le emozioni silenziose e ancestrali che essa custodisce, rivelando risonanze interiori ed emotive.
In questo percorso, la sua ricerca si confronta anche con la dimensione temporale che non coincide con la frenesia tecnologica che impone un consumo rapido e superficiale, ma si riconosce in un tempo più adeguato alla dimensione umana, fatto di attesa, di contemplazione e di sedimentazione. È un tempo che restituisce al gesto creativo e allo sguardo dell’osservatore la medesima possibilità di percepire e di riconnettersi anche con la propria stessa vita e con i suoi cicli naturali.
In questo modo, l’opera di Manuela Bieri si fa portatrice di un’estetica della lentezza e dell’attenzione, offrendo nell’arte uno spazio di esperienza affrancata da ogni strumentalizzazione.
Cfr. Paolo D’Angelo, Estetica della natura, Edizioni Laterza, Bari-Roma, 2023
La mostra
Il filo, da secoli metafora del pensiero, incarna continuità, connessione e processo intellettuale. Nel saggio Sul filo, Stefano Catucci ne sottolinea la concretezza come origine di immagini concettuali, mostrando come il pensare stesso nasca spesso dal contatto con fili reali tracciando un parallelo tra questi e le linee. Riprendendo Tim Ingold, distingue tra fili come linee “additive”, tracce come linee “riduttive”, ma anche linee che non aggiungono né tolgono materia – come l’impronta temporanea di A Line Made by Walking (1968) di Richard Long – e “linee fantasma” o “virtuali”, che organizzano simbolicamente lo spazio e il pensiero, dalle griglie dei meridiani alle connessioni tra concetti astratti. (2)
Riflessione che ritroviamo nel ciclo di opere Rilievi vegetali, in cui la dimensione immateriale del filo assume diverse declinazioni che confluiscono in un unico gesto creativo. Osservando rami e ramoscelli raccolti nel bosco, l’artista restituisce tridimensionalità e complessità materica attraverso un minuzioso lavoro con aghi e spilli di diverso diametro. Un ricamo inverso, in cui pressione e perforazione generano un rilievo delicato ma incisivo. Le linee prodotte sono additive, perché arricchiscono la superficie; riduttive, perché sottraggono minime porzioni di materia; e virtuali, perché il filo fantasma lascia un interstizio, un vuoto attraversato dalla luce che proietta ombre leggere sulle pareti retrostanti. E dal dialogo tra luce e materia emerge un’immagine della natura segnata da fragilità e vulnerabilità. Il filo, al tempo stesso assente e concreto, diventa vettore di senso, connettendo natura e arte, sapere tecnico e poesia, materia e immaterialità, in una meditazione sul rapporto tra visibile e invisibile, presenza e assenza.
L’erbario è invece un’installazione in cui l’estetica selvatica si fa meditazione dell’essenziale, un atlante verticale di botanica poetica: una parete di circa due metri per uno e mezzo, ordinatamente occupata da una costellazione di fiori spontanei, raccolti nei campi del Canton Ticino poi essiccati e infine dipinti di nero, una scelta che azzera l’indice di naturalismo esaltando al contempo il profilo estetico, i contorni,
restituendo allo sguardo una grammatica di forme essenziali e quasi astratte. Se l’erbario tradizionale è un compendio sistematico, nato per classificare e descrivere le virtù delle piante, spesso in funzione terapeutica, quello di Bieri si pone come un dispositivo artistico che sovverte tale logica, pur mantenendone la struttura visiva. Ispirato agli erbari dal tardo Medioevo al Rinascimento, in cui la precisione scientifica si fondeva con un’evidente tensione estetica, ma privo della funzione didascalica, esso diviene spazio meditativo. Bieri sottrae la natura al dominio delle tassonomie e delle funzioni. La negazione della cifra cromatica rende i fiori, icone, li sospende in una temporalità altra, al di fuori della stagione e della fenologia, per fissarli in uno stato contemplativo.
È nel ciclo dei Sedimenti che la sua ricerca procede muovendosi nella dimensione cromatica. Le superfici bidimensionali della carta diventano spazi sensibili di esplorazione della texture visiva e della potenza evocativa del colore. Le forme vengono progressivamente sottratte alla loro referenzialità, lasciando spazio a una trasfigurazione che si affida alla memoria, alla sensibilità percettiva e all’immaginazione. Gli elementi naturali si fanno riflesso, impronta, velatura dissolvendosi nella materia pittorica e nelle stratificazioni della superficie. Realizzate con pastelli a olio, mascherine e frammenti di foglie, queste composizioni sono il risultato di un gesto artistico che non intende riprodurre, ma evocare. Bieri non persegue la mimetica della natura, bensì la sua risonanza visiva. L’opera non è quindi il doppio del reale, ma il luogo di un’esperienza percettiva che genera una realtà altra, sospesa tra l’apparenza e la visione interiore. I colori indefiniti, le sfumature cangianti, le sovrapposizioni cromatiche – talvolta simili a eclissi, talaltra a iceberg sommersi – costruiscono un immaginario in cui la natura viene trascesa attraverso l’astrazione che riformula restituendone la potenza estetica.
La serie delle Foglie in bozzolo si muove nell’ambito della memoria profonda della Terra, che conserva in sé la mutevolezza ciclica della vita biologica. L’universo artistico di Bieri si fonda sulla consapevolezza
dell’impermanenza come struttura fondamentale del reale, e sulla possibilità di abitare tale impermanenza con rispetto. Il suo lavoro costruisce un ponte poetico tra il tempo degli esseri umani e quello del pianeta, tra la rapidità della civiltà del consumo e il tempo silenzioso della trasformazione naturale, rendendo visibile l’interconnessione profonda che unisce ogni elemento.
In questo ciclo di opere, foglie secche prossime a reintegrarsi nel ciclo della terra, vengono raccolte, trattenute nel loro ultimo stadio e avvolte in leggere custodie di organza: bozzoli che evocano la metamorfosi, la sospensione tra stati, il mistero del passaggio. Bieri evidenzia in queste forme la preziosità dell’impermanente, della nostra stessa transitorietà. In una visione non lineare e non antropocentrica del tempo, in cui la fine è semplicemente tale, mostra una soglia che è mutazione e che partecipa del grande ciclo del divenire.
Sono, infine, i Talismani a porsi come punto di intersezione tra l’esperienza sensibile della natura e l’esperienza simbolica dell’arte. Come osserva Nicolas Bourriaud, l’artista contemporaneo può essere visto come un moderno sciamano: una figura liminale che opera nel dominio dell’incerto, dell’indefinito, dell’eccesso di senso. In un’epoca che ha espulso il sacro dal quotidiano, l’arte si è assunta - spesso inconsapevolmente - il compito di ricreare zone di ambiguità, di mistero, di apertura all’ignoto. Scrive Bourriaud che “noi viviamo in società dotate di arte così come altre sono dotate di sciamani”: l’arte diviene lo spazio in cui ciò che non ha nome, ciò che non è rappresentabile né spiegabile, trova una forma, o meglio, una presenza. (3)
È in questa chiave che i Talismani di Bieri vanno letti come dispositivi di connessione tra l’umano e l’altro da sé. Come nelle pratiche premoderne la forma si fa veicolo, si carica di una potenza evocativa che rimanda a un sapere non esplicitabile, a un non-sapere che, come scrive Georges Bataille, è matrice di ogni esperienza profonda. L’arte diventa uno spazio che sostituisce, in chiave contemporanea, quello che un tempo era occupato dalla magia e dal rito. Bieri si muove su un confine fluido, rifiutando ogni
dualismo tra natura e cultura. I suoi Talismani declinano nella dimensione artistica il senso del mistero, della meraviglia e della comunione.
Cft. Stefano Catucci, Sul Filo. Esercizi di pensiero materiale, Quodlibet, Macerata, 2024
Nicolas Bourriaud, Inclusioni. Estetica del capitalocene, postmedia books, Milano, 2020